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domenica, 22 marzo 2009

Sicurezza e democrazie liberali: il parere di Agamben

Il problema che il liberalismo ha dovuto risolvere per riuscire a “trasformarsi” da ideologia culturale a sistema ordinatore della vita sociale riguarda, paradossalmente, proprio la gestione dell’elemento che primariamente lo contraddistingue quale sistema di pensiero, vale  a dire la libertà. Infatti una dottrina politica che pone la sua ragion d’essere nella difesa del concetto di libertà, quale fondamento della vita politica, deve poi riuscire a gestire concretamente il processo di liberazione degli uomini, in altre parole deve essere in grado di esercitare il controllo della vita sociale senza apparire oppressivo, senza, cioè, far venir meno la parvenza di libertà; quindi libera circolazione degli uomini (e delle merci), libera associazione, esercizio del diritto alla parola, nelle sue diverse forme, etc. Ci rendiamo tutti conto di come molte di queste presunte libertà, pur vivendo in un sistema che si dichiara liberal-democratico, siano soggette a sensibili limitazioni. La questione, ovviamente, riguarda la difficoltà di organizzare la vita politica dello stato riuscendo a bilanciare il necessario ordine (necessario a chi il potere lo gestisce…)  con la difesa delle prerogative minime di libertà necessarie perché il sistema si continui a riconoscere quale liberale. Sulle difficoltà legate alla concretizzazione di questo bilanciamento sicurezza/libertà all’interno delle democrazie odierne propongo un’intervista di Andrea Cortellessa a Giorgio Agamben, uno dei pensatori più interessanti del panorama filosofico della contemporaneità.

  

 

Un filosofo e le politiche della sicurezza. "I governi ci considerano terroristi in potenza"

ANDREA CORTELLESSA


Le statistiche dicono che i delitti effettivamente perpetrati diminuiscono eppure nell’opinione pubblica cresce un senso di insicurezza. Perché la questione sicurezza è oggi la più sentita?
«Come già lo Stato di eccezione, oggi la Sicurezza è divenuta paradigma di governo. Per primo Michel Foucault, nel suo corso al Collège de France del 1977-78, ha indagato le origini del concetto mostrando come esso nasca nella pratica di governo dei Fisiocratici, alla vigilia della Rivoluzione francese. Il problema erano le carestie, che sino ad allora i governanti si erano sforzati di prevenire; secondo Quesnay occorre invece quella che definisce appunto "Sicurezza": lasciare che le carestie avvengano per poi governarle nella direzione più opportuna. Allo stesso modo il discorso attuale sulla Sicurezza non è volto a prevenire attentati terroristici o altri disordini; esso ha in realtà funzioni di controllo a posteriori. Nell’inchiesta seguita ai disordini di Genova per il G8, un alto funzionario di polizia dichiarò che il Governo non voleva l’ordine, voleva piuttosto gestire il disordine. Le misure biometriche, come il controllo della retina introdotto alle frontiere degli Stati Uniti del quale ora si propone l’inasprimento, ereditano funzione e tipologia di pratiche introdotte nell’Ottocento per impedire la recidiva dei criminali: dalle foto segnaletiche alle impronte digitali. I governi sembrano considerare tutti i cittadini, insomma, come terroristi in potenza. Ma questi controlli non possono certo prevenire i delitti: possono semmai impedire che vengano ripetuti».

Tanto più inefficaci di fronte a un kamikaze. Che per definizione agisce una volta sola!
«Una democrazia che si riduca ad avere come unici paradigmi lo Stato di eccezione e la Sicurezza, non è più una democrazia. All’indomani della Seconda guerra mondiale politologi spregiudicati come Clinton Rossiter giunsero a dichiarare che per difendere la democrazia nessun sacrificio è abbastanza grande, compresa la sospensione della stessa democrazia. Così oggi l’ideologia della Sicurezza è volta a giustificare misure che, da un punto di vista giuridico, possono essere definite solo come barbare.»

Il delitto Reggiani a Roma ha avuto come conseguenza l’abbattimento di campi Rom e, di fatto, la messa in discussione del principio della libera circolazione delle persone, che è tra i fondamenti dell’Unione Europea, di cui la Romania fa parte a pieno titolo. Ma cosa pensare di provvedimenti del genere, che oltretutto lasciano all’opinione pubblica solo un giorno per riflettere?
«Il dato di fatto più preoccupante, di fronte a misure che violano i più elementari principi di diritto, è il silenzio dei giuristi. All’interno del pacchetto sulla Sicurezza annunciato ci sono disposizioni - come quelle nei confronti della pedofilia on line - che di fatto istituiscono il reato d’intenzione. Ma nella storia del diritto l’intenzione può costituire un’aggravante; non può essere mai un crimine in sé. È solo un esempio della barbarie giuridica cui siamo di fronte: abbiamo assistito a dibattiti sull’opportunità o meno di praticare la tortura. Se uno storico confrontasse i dispositivi di legge esistenti durante il Fascismo e quelli in vigore oggi, ho paura che dovrebbe concludere a sfavore del presente. Sono ancora vigenti leggi, emanate durante i cosiddetti anni di piombo, che vietano di ospitare una persona in casa propria senza denunciarne la presenza all’autorità di polizia entro ventiquattro ore. Norma che nessuno applica, e della quale la maggior parte delle persone neppure è a conoscenza; ma che punisce tale comportamento con un minimo di sei mesi di reclusione!»

Questo stato di cose deforma anche la nostra percezione del tempo. Sia i controlli proposti come preventivi e invece tardivi, sia l’intenzione sessuale che al contrario punisce reati non ancora commessi (così realizzando un racconto di Philip K. Dick portato al cinema da Spielberg), istituiscono un falso presente. Non crede sia entrato in crisi l’unico fra i valori della Rivoluzione francese che sembrava ancora avere un qualche appeal, e cioè quello della Libertà?
«Questo in larga misura è già un dato di fatto. Le limitazioni della libertà che è disposto ad accettare oggi il cittadino dei paesi cosiddetti democratici sono incredibilmente più ampie di quelle che avrebbe accettato solo vent’anni fa. Prendiamo il progetto di un archivio del DNA: una delle cose più aberranti, ma anche più irresponsabili, di questo famoso pacchetto Sicurezza. Fu l’accumulo di dati anagrafici a permettere ai nazisti, nei paesi occupati, di identificare e deportare gli ebrei. Possibile che non ci si chieda che cosa avverrà il giorno che un dittatore potrà disporre di un archivio genetico universale? Ma basta pensare a come sia passata l’idea che gli spazi pubblici siano costantemente monitorati da telecamere. Un ambiente simile non è una città, è l’interno di una prigione! Le ditte che fabbricano i dispositivi biometrici suggeriscono di istallarli nelle scuole elementari e nelle mense studentesche, in modo da abituare sin dall’infanzia a questo tipo di controlli. L’obiettivo è formare cittadini completamente privi di libertà e, ciò che è peggio, che non se ne rendono affatto conto.»

Tutto ciò in nome della democrazia. Mistificazione anzitutto linguistica, proprio come quella del 1984 di Orwell: Guerra è Pace, Schiavitù è Libertà. Parla chiaro la storia linguistica delle pratiche di guerra condotte negli ultimi quindici anni. In questo modo non le pare che la politica, intesa come dibattito delle opinioni, non abbia più alcuno spazio?
«Come le guerre vengono presentate come operazioni di polizia, così la democrazia diventa sinonimo di una mera pratica di governo dell’economia e della sicurezza. È quella che nel ‘700 si chiamava "scienza di polizia" per distinguerla dalla politica. Sempre più si afferma l’idea, equivalente a un vero e proprio suicidio del diritto, che sia possibile normare giuridicamente tutto, compreso ciò che riguarda l’etica, la religione e la sessualità. Una parte importante viene svolta dai media che, perdendo ogni funzione critica, sono sempre più a loro volta organo di governo».

 

postato da: fabioMz alle ore 10:07 | link | commenti (2)
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martedì, 17 marzo 2009

Il Pontificato di Benedetto XVI

PP_007.jpg Quello di J.Ratzinger è sicuramente un "papato" molto diverso rispetto a quello in cui molti di noi sono cresciuti, vale a dire quello di Giovanni Paolo II. Immediatamente salta agli occhi una differenza: la visibilità. IL ministero di papa Woytila era costantemente sotto i riflettori dei media, ne potevamo seguire gli sviluppi e le linee guida in quanto costantemente illuminate dalle luci della ribalta. Forse in ciò un ruolo lo ha avuto anche la tipologia del Papato di G.P.II, molto scenografico, mobile, attivo e...eclatante, con continue prese di posizioni sui più diversi temi e con una chiara linea improntata al coinvolgimento della chiesa nella vita della società (vedi il continuo richiamo ai giovani).Tutto l'opposto, potremmo dire, il ministero di J.Ratzinger che svolge la sua azione in una coltre silenziosa molto simile a quella che si doveva percepire in un convento di qualche secolo fa. POche le dichiarazioni di effetto e comunque nessuna di esse volta al politically correct ; su tutte pensiamo a quella di Ratisbona. Ciò che le ispira non è  il tentativo di "avvicinare" la chiesa al clima culturale della post-modernità quanto presentare un messaggio, scomodo quanto si vuole ma chiaro. In quest'ottica credo che papa Ratzinger sia lo stesso che emanò, qualche anno fa, da cardinale, la tanto contestata Dominus Jesus, la dichiarazione sull'unicità salvifica del Cristo Redentore. Vista, dunque, la chiara assenza mediatica (non è  la rituale apparizione domenicale a fornire la visibilità cui qui si vuol fare riferimento) presento di seguito una conferenza sul papato di Benedetto XVI tenuta da Camillo Ruini, uno dei prelati a lui più vicini, il 1 marzo 2009 a Vicenza, nella scuola di cultura cattolica "Mariano Rumor".

Le priorità del pontificato di Benedetto XVI

di Camillo Ruini


Nell'omelia di inizio del pontificato, Benedetto XVI affermava di non avere un proprio programma, se non quello che ci viene dal Signore Gesù Cristo. Era questo un chiaro richiamo a ciò che è essenziale nel cristianesimo. Il nuovo pontificato si poneva inoltre nella continuità sostanziale con quello di Giovanni Paolo II, di cui Joseph Ratzinger era stato, per i contenuti decisivi, il primo collaboratore.

In questo quadro non è difficile individuare alcune priorità del pontificato di Benedetto XVI.

La prima e maggiore priorità è Dio stesso, quel Dio che troppo facilmente viene messo al margine della nostra vita, protesa al "fare", soprattutto mediante la "tecno-scienza", e al godere-consumare. Quel Dio, anzi, che è espressamente negato da una "metafisica" evoluzionistica che riduce tutto alla natura, cioè alla materia-energia, al caso (le mutazioni casuali) e alla necessità (la selezione naturale), o più frequentemente è dichiarato non conoscibile in base al principio che "latet omne verum", ogni verità è nascosta, in conseguenza della restrizione degli orizzonti della nostra ragione a ciò che è sperimentabile e calcolabile, secondo la linea oggi prevalente. Quel Dio, infine, di cui è stata proclamata la "morte", con l'affermarsi del nichilismo e con la conseguente caduta di tutte le certezze.

Il primo impegno del pontificato è dunque riaprire la strada a Dio: non però facendosi dettare l'agenda da coloro che in Dio non credono e contano soltanto su se stessi. Al contrario, l'iniziativa appartiene a Dio e questa iniziativa ha un nome, Gesù Cristo: Dio si rivela in qualche modo a noi nella natura e nella coscienza, ma in maniera diretta e personale si è rivelato ad Abramo, a Mosè, ai profeti dell'Antico Testamento, e in maniera inaudita si è rivelato nel Figlio, nell'incarnazione, croce e risurrezione di Cristo. Vi sono dunque due vie, quella della nostra ricerca di Dio e quella di Dio che viene alla ricerca di noi, ma soltanto quest'ultima ci permette di conoscere il volto di Dio, il suo mistero intimo, il suo atteggiamento verso di noi.

Giungiamo così alla seconda priorità del pontificato: la preghiera. Non soltanto quella personale ma anche e soprattutto quella "nel" e "del" popolo di Dio e corpo di Cristo, ossia la preghiera liturgica della Chiesa.

Nella prefazione al primo volume delle sue "Opera omnia", uscito da poco in lingua tedesca, Benedetto XVI scrive: "La liturgia della Chiesa è stata per me, fin dalla mia infanzia, l'attività centrale della mia vita ed è diventata anche il centro del mio lavoro teologico". Possiamo aggiungere che oggi è il centro del suo pontificato.

Arriviamo così a un punto controverso, specialmente dopo il motu proprio che consente l'uso della liturgia preconciliare e ancor più dopo la remissione della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Già in precedenza però Joseph Ratzinger aveva chiarito questo punto molto bene. Egli è stato uno dei grandi sostenitori del movimento liturgico che ha preparato il Concilio e uno dei protagonisti del Vaticano II, e tale è sempre rimasto. Fin dall'attuazione della riforma liturgica nei primi anni del dopo-Concilio, egli aveva contestato però la proibizione dell'uso del messale di San Pio V, vedendovi una causa di sofferenza non necessaria per tante persone amanti di quella liturgia, oltre che una rottura rispetto alla prassi precedente della Chiesa che, in occasione delle riforme della liturgia succedutesi nella storia, non aveva proibito l'uso delle liturgie fino allora in uso. Da pontefice ha pertanto ritenuto di dover rimediare a questo inconveniente consentendo più facilmente l'uso del rito romano nella sua forma preconciliare. Lo spingeva a questo anche il suo dovere fondamentale di promotore dell'unità della Chiesa. Si muoveva inoltre nella linea già iniziata da Giovanni Paolo II. In questo spirito la remissione della scomunica è stata concessa per facilitare il ritorno dei lefebvriani, ma non certamente per rinunciare alla condizione decisiva di questo ritorno, che è la piena accettazione del Concilio Vaticano II, compresa la validità della messa celebrata secondo il messale di Paolo VI.

In positivo Benedetto XVI ha precisato l'interpretazione del Vaticano II nel discorso alla curia romana del 22 dicembre 2005, prendendo le distanze da una "ermeneutica della rottura", che ha due forme: una prevalente, in base alla quale il Concilio costituirebbe una novità radicale e sarebbe importante "lo spirito del Concilio" ben più della lettera dei suoi testi; l'altra, contrapposta, per la quale conterebbe soltanto la tradizione precedente al Concilio, rispetto a cui il Concilio avrebbe rappresentato una rottura densa di conseguenze funeste, come sostengono appunto i lefebvriani.

Benedetto XVI propone invece l'"ermeneutica della riforma", ossia della novità nella continuità, sostenuta già da Paolo VI e Giovanni Paolo II: il Concilio costituisce cioè una grande novità ma nella continuità dell'unica tradizione cattolica. Soltanto questo tipo di ermeneutica è teologicamente sostenibile e pastoralmente fruttuoso.

Abbiamo messo a fuoco così un'ulteriore priorità del pontificato: promuovere l'attuazione del Concilio, sulla base di questa ermeneutica.

Nella medesima prospettiva, possiamo parlare di una "priorità cristologica" o "cristocentrica" del pontificato. Essa si esprime in particolare nel libro "Gesù di Nazaret", impegno non consueto per un papa, al quale Benedetto XVI dedica "tutti i momenti liberi". Gesù Cristo infatti è la via a Dio Padre, è la sostanza del cristianesimo, è il nostro unico Salvatore.

Perciò è terribilmente pericoloso il distacco tra il Gesù della storia e il Cristo della fede, distacco che è frutto di un'assolutizzazione unilaterale del metodo storico-critico e più precisamente di un impiego di questo metodo sulla base del presupposto che Dio non agisca nella storia. Un tale presupposto, già da solo, rappresenta infatti la negazione dei Vangeli e del cristianesimo. Anche in questo caso si tratta di allargare gli spazi della razionalità, dando credito a una ragione aperta, e non chiusa, alla presenza di Dio nella storia. Questo libro ci mette in contatto con Gesù e così ci introduce nella sostanza, nella profondità e novità del cristianesimo: leggerlo è un impegno che costa un po' di fatica ma che ripaga abbondantemente.

***

A questo punto possiamo ritornare alla prima priorità, Dio, per prendere in considerazione l'impegno anche razionale e culturale di Benedetto XVI al fine di allargare a Dio la ragione contemporanea e di fare spazio a Dio nei comportamenti e nella vita personale e sociale, pubblica e privata: sono particolarmente importanti qui il discorso di Ratisbona, quello più recente di Parigi e anche quello di Verona del 2006.

Quanto alla ragione contemporanea, Benedetto XVI sviluppa una "critica dall'interno" della razionalità scientifico-tecnologica, che oggi esercita una leadership culturale. La critica non riguarda questa razionalità in se stessa, che ha anzi grande valore e grandi meriti, dato che ci fa conoscere la natura e noi stessi come mai era stato possibile prima e ci permette di migliorare enormemente le condizioni pratiche della nostra vita. Riguarda invece la sua assolutizzazione, come se questa razionalità costituisse l'unica conoscenza valida della realtà.

Tale assolutizzazione non proviene dalla scienza come tale, né dai grandi uomini di scienza, che ben conoscono i limiti della scienza stessa, bensì da una "vulgata" oggi molto diffusa e influente, che però non è la scienza ma una sua interpretazione filosofica, piuttosto vecchia e superficiale. La scienza infatti deve i suoi successi alla sua rigorosa limitazione metodologica a ciò che è sperimentabile e calcolabile. Se però questa limitazione viene universalizzata, applicandola non solo alla ricerca scientifica ma alla ragione e alla conoscenza umana come tali, essa diventa insostenibile e disumana, dato che ci impedirebbe di interrogarci razionalmente sulle domande decisive della nostra vita, che riguardano il senso e lo scopo per cui esistiamo, l'orientamento da dare alla nostra esistenza, e ci costringerebbe ad affidare la risposta a queste domande soltanto ai nostri sentimenti o a scelte arbitrarie, distaccate dalla ragione. È questo, forse il problema più profondo e anche il dramma della nostra attuale civiltà.

Joseph Ratzinger-Benedetto XVI fa un passo in più, mostrando che la riflessione sulla struttura stessa della conoscenza scientifica apre la strada verso Dio.

Una caratteristica fondamentale di tale conoscenza è infatti la sinergia tra matematica ed esperienza, tra le ipotesi formulate matematicamente e la loro verifica sperimentale: si ottengono così i risultati giganteschi e sempre crescenti che la scienza mette a nostra disposizione. La matematica è però un frutto puro e "astratto" della nostra razionalità, che si spinge al di là di tutto ciò che noi possiamo immaginare e rappresentare sensibilmente: così avviene in particolare nella fisica quantistica – dove una medesima formulazione matematica corrisponde all'immagine di un'onda e al tempo stesso di un corpuscolo – e nella teoria della relatività, che implica l'immagine della "curvatura" dello spazio. La corrispondenza tra matematica e strutture reali dell'universo, senza la quale le nostre previsioni scientifiche non si avvererebbero e le tecnologie non funzionerebbero, implica dunque che l'universo stesso sia strutturato in maniera razionale, così che esista una corrispondenza profonda tra la ragione che è in noi e la ragione "oggettivata" nella natura, ossia intrinseca alla natura stessa. Dobbiamo chiederci però come questa corrispondenza sia possibile: emerge così l'ipotesi di un'Intelligenza creatrice, che sia l'origine comune della natura e della nostra razionalità. L'analisi, non scientifica ma filosofica, delle condizioni che rendono possibile la scienza ci riporta dunque verso il "Logos", il Verbo di cui parla san Giovanni all'inizio del suo Vangelo.

Benedetto XVI non è però un razionalista, conosce bene gli ostacoli che oscurano la nostra ragione, la "strana penombra" in cui viviamo. Perciò, anche a livello filosofico, non propone il ragionamento che abbiamo visto come una dimostrazione apodittica, ma come "l'ipotesi migliore", che richiede da parte nostra "di rinunciare a una posizione di dominio e di rischiare quella dell'ascolto umile": il contrario dunque di quell'atteggiamento oggi diffuso che viene chiamato "scientismo".

Allo stesso modo non può essere presentata come "scientifica" la riduzione dell'uomo a un prodotto della natura, in ultima analisi omogeneo agli altri, negando quella differenza qualitativa che caratterizza la nostra intelligenza e la nostra libertà. Una simile riduzione costituisce in realtà il capovolgimento totale del punto di partenza della cultura moderna, che consisteva nella rivendicazione del soggetto umano, della sua ragione e della sua libertà.

Perciò, come Benedetto XVI ha detto a Verona, la fede cristiana proprio oggi si pone come il "grande sì" all'uomo, alla sua ragione e alla sua libertà, in un contesto socio-culturale nel quale la libertà individuale viene enfatizzata sul piano sociale facendone il criterio supremo di ogni scelta etica e giuridica, in particolare nell'"etica pubblica", salvo però negare la libertà stessa come realtà a noi intrinseca, cioè come nostra capacità personale di scegliere e di decidere, al di là dei condizionamenti ed automatismi biologici, psicologici, ambientali, esistenziali.

Proprio il ristabilimento di un genuino concetto di libertà è un'altra priorità del pontificato, l'ultima di cui parlerò.

Essa riguarda la vita personale e sociale, le strutture pubbliche come i comportamenti personali. Benedetto XVI contesta cioè quell'etica e quella concezione del ruolo dello Stato e della sua laicità che egli stesso ha definito "dittatura del relativismo", per la quale non esisterebbe più qualcosa che sia bene o male in se stesso, oggettivamente, ma tutto dovrebbe subordinarsi alle nostre scelte personali, che diventano automaticamente "diritti di libertà". Vengono escluse così, almeno a livello pubblico, non solo le norme etiche del cristianesimo e di ogni altra tradizione religiosa, ma anche le indicazioni etiche che si fondano sulla natura dell'uomo, cioè sulla realtà profonda del nostro essere. È questa una cesura radicale, un autentico taglio, rispetto alla storia dell'umanità: una cesura che isola l'Occidente secolarizzato dal resto del mondo.

In realtà la libertà personale è intrinsecamente relativa alle altre persone e alla realtà, è libertà non solo "da" ma "con" e "per", è libertà condivisa che si realizza soltanto unitamente alla responsabilità. In concreto, Benedetto XVI è talvolta accusato di insistere unilateralmente sui temi antropologici e bioetici, come la famiglia e la vita umana, ma in realtà egli insiste analogamente sui temi sociali ed ecologici (certamente senza indulgere ad "inquinamenti ideologici"). Proprio ai temi sociali sarà dedicata la sua terza enciclica ormai imminente. La radice comune di questa duplice insistenza è il "sì" di Dio all'uomo in Gesù Cristo, e in concreto è l'etica cristiana dell'amore del prossimo, a cominciare dai più deboli.

Concludo tornando all'inizio. Parlando a Subiaco il giorno prima della morte di Giovanni Paolo II, il cardinale Ratzinger invitava tutti, anche quegli uomini di buona volontà che non riescono a credere, a vivere "veluti si Deus daretur", come se Dio esistesse. Ma al tempo stesso affermava la necessità di uomini che tengano lo sguardo fisso verso Dio e in base a questo sguardo si comportino nella vita. Soltanto così infatti Dio potrà tornare nel mondo. È questo il senso e lo scopo dell'attuale pontificato.


postato da: fabioMz alle ore 16:15 | link | commenti
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domenica, 01 marzo 2009

Che cos'è un filosofo???? di M.Foucault

 Anche le recenti linee guida del nostro caro governo, relativamente all'insegnamento della filosofia nelle scuole secondarie superiori, con il tentativo di scorporare la classe di concorso che al momento si occupa dell'insegnamento della filosofia (insieme alla storia), sembrano indicare la totale "messa da parte" di quella forma di pensiero che è alla base della civiltà occidentale. Recentemente anche un direttore della Sissis (la scuola di specializzazione per gli insegnanti siciliani), durante un incontro sul tema del futuro della scuola, si è pronunciato, con malcelato sarcasmo, sulla filosofia come a quella disciplina sommamente inutile la cui presenza o assenza non muterebbe lo "stato delle cose"... bene!!!!! che aggiungere??? ...Propongo questa intervista rilasciata da Foucault sul "mestiere" del filosofo. Che qualcuno si chiarisca le idee!!!!

Che cos’è un filosofo?
Che cos’è lei professor Foucault?

di Michel Foucault


Che cos’è un filosofo?

Qu’est-ce qu’un philosophe?, entretien avec M.-G. Foy, «Connaissance des hommes», n.22, automne 1966, p. 9; DE I, t. 42, pp.532-33.

Qual è il ruolo del filosofo nella società?

Il filosofo non ha ruolo nella società. Il suo pensiero non può essere collocato in rapporto al movimento attuale del gruppo. Socrate ne è un eccellente esempio: la società ateniese non ha saputo riconoscegli che un ruolo sovversivo, il suo mettere in questione le cose non poteva essere ammesso dall’ordine costituito. In realtà, è dopo un certo numero di anni che si prende coscienza del posto di un filosofo, insomma gli si assegna un ruolo retrospettivamente.

Ma allora come lei si integra nella società?

Integrarmi… Lei sa che, fino al XIX secolo, i filosofi non erano riconosciuti. Cartesio era un matematico, Kant non insegnava filosofia, ma antropologia e geografia, si apprendeva la retorica e non la filosofia, non esisteva dunque per il filosofo il problema di integrarsi. È nel XIX secolo che si trovano le cattedre di filosofia, Hegel era professore di filosofia. Ma siamo tutti concordi nel pensare che a quell’epoca la filosofia volgeva al termine.

La qual cosa coincide, di lì a poco, con la morte di Dio?

In un certo senso, ma non bisogna confondersi, la nozione di morte di Dio non ha il medesimo senso di quella che si trova in Hegel, Feuerbach e Nietzsche. Per Hegel, la Ragione prende il posto di Dio, è lo spirito umano che si realizza a poco a poco; per Feuerbach, Dio era l’illusione che alienava l’Uomo, una volta spazzata via questa illusione, è l’Uomo che prende coscienza della sua libertà; per Nietzsche, infine, la morte di Dio significa la fine della metafisica, ma il posto resta vuoto, e non è assolutamente l’Uomo a prendere il posto di Dio.

Sì, è l’ultimo uomo e l’oltreuomo.

In effetti, noi siamo gli ultimi uomini nel senso nietszcheano del termine, l’oltreuomo sarà colui che avrà superato l’assenza di Dio e l’assenza dell’uomo in un unico movimento di oltrepassamento. Ma a proposito di Nietzsche, torniamo alla sua domanda: per lui, il filosofo era colui che diagnostica lo stato del pensiero. Si possono d’altronde individuare due tipi di filosofi, quello che apre dei nuovi cammini al pensiero, come Heidegger, e quello che in qualche modo gioca il ruolo dell’archeologo, che studia lo spazio nel quale si dispiega il pensiero, cioè le condizioni di questo pensiero, il suo modo di costituirsi.


* * *


Che cos’è lei professor Foucault?

M. Foucault, Qui êtes-vous, professeur Foucault?, (Intervista con P. Caruso), La fiera letteraria, XLII, 39, 28 sept 1967, pp. 11-15; DE I, t. 50, pp. 601-619.



[…] veniamo ad un tema a lei caro, quello della scomparsa del soggetto- uomo e di ogni forma di umanismo. Vorrei che lei mi spiegasse meglio la portata delle sue tesi. Per comiciare, lei ha parlato di ‘umanismi deboli’ (quelli di Saint-Exupéry e di Camus) per designare quegli umanisti che le appaiono particolarmente ripugnanti: ne devo dedurre che per lei esistano degli umanismi degni di rispetto?

In effetti, ho adottato l’espressione ‘umanismo debole’ ed essa lascia intendere per evidenti ragioni linguistiche che io possa pensare all’esistenza di umanismi non deboli, forti, che avrebbero un valore rispetto a quelli deboli. Ma, riflettendoci bene, direi che ‘umanismo debole’ è una formula puramente ridondante, e che ‘umanismo’ implica in ogni modo ‘debolezza’.

Lei sa che affermazioni come queste hanno per tutti o per quasi tutti un carattere fortemente provocatorio. Vorrei che lei spiegasse meglio ciò che intende.

Le risponderò precisamente che l’utilizzo dell’umanismo costituisce una provocazione. In effetti – mi riferisco ad un panorama che certamente lei conosce molto bene, poiché è probabile che l’abbiamo attraversato insieme – lei sa che è proprio questo umanismo che è servito a giustificare, nel 1948, lo stalinismo e l’egemonia della democrazia cristiana, ed è questo stesso umanismo che troviamo in Camus o nell’esistenzialismo di Sartre. Alla fin fine, questo umanismo ha costituito la piccola prostituta di tutto il pensiero, di tutta la cultura, di tutta la morale, di tutta la politica degli ultimi venti anni. Credo che volerlo proporre oggi come esempio di virtù sia la vera provocazione.

Ma non si tratta di prendere un dato umanismo come esempio di virtù. Lei si è limitato a condannare un umanismo che contraddice le proprie premesse, equivoche o sorpassate; vorrei al contrario che lei mi dicesse come è possibile che oggi non si possa essere umanisti in nessuna maniera.

Credo che le scienze umane non portino affatto alla scoperta di quella cosa che sarebbe l’‘umano’ – la verità dell’uomo, la sua natura, la sua nascita, il suo destino; quello di cui si occupano le diverse scienze umane è qualcosa di ben differente dall’uomo, sono piuttosto i sistemi, le strutture, le combinazioni, le forme, ecc. Di conseguenza, se vogliamo occuparci seriamente delle scienze umane, sarà prima di tutto necessario distruggere le chimere obnubilanti che costituiscono l’idea secondo la quale occorre cercare l’uomo.

Questo al livello scientifico, cognitivo. Ma al livello morale …

Diciamo al livello politico: io credo infatti che la morale è ormai integralmente riducibile alla politica e alla sessualità, che tuttavia è essa stessa riducibile alla politica: è per questo che la morale è la politica. L’esperienza degli ultimi cinquanta anni (e non solamente di quelli) prova come questo tema umanista non solo non ha nessuna fecondità ma è nocivo, nefasto, poiché ha permesso le operazioni politiche più differenti e più dannose; in realtà i problemi che si pongono a quelli che fanno politica sono problemi come quelli se è necessario fa aumentare l’indice della crescita demografica, se occorre incoraggiare l’industria pesante o leggera, se i consumi, l’aumento dei consumi può presentare, in una certa congiuntura, dei vantaggi economici o no. Questi sono i problemi politici. E su questo piano, non incontriamo mai gli ‘uomini’.

Ma lei non sta proponendo a sua volta un umanismo? Perché sostenere un orientamento economico piuttosto di un altro, perché regolare l’indice di crescita demografica? Attraverso tutte queste operazioni politiche, non si intravede alla fine il benessere degli uomini? Che cosa si ritrova alla base dell’economia se non l’uomo, non solo come forza lavoro ma anche come fine? Come può, segnatamente a questo punto, non rintracciare, almeno in parte, l’affermazione nichilista della ‘scomparsa’ dell’uomo, della ‘dissoluzione’ dell’uomo? In breve, io non credo che lei attribuisca un valore assoluto a queste affermazioni. Me se invece lo attribuisce, vorrei che lo dicesse chiaramente e se è possibile lo giustificasse. A meno che non le consideri solo come uno slogan per demistificare.

Non vorrei che questa affermazione fosse considerata uno slogan. È vero, ormai è divenuto un po’ uno slogan ma contro la mia volontà. Si tratta invece di una mia profonda convinzione dovuta a tutti i cattivi servigi che questa idea di uomo ha reso per numerosi anni.

Cattivi servigi…all’uomo. Vede che anche la sua esigenza è una esigenza umanista. In breve, fino a che punto pensa di poter negare l’umanismo, visto che concretamente si limita a denunciare gli umanismi che contraddicono le proprie premesse, o quelli sorpassati, o quelli troppo limitati (che implicano l’esistenza di una ideologia umanista più moderna, più adeguata alla situazione attuale, più elastica)?

Non vorrei apparire come un promotore dell’umanismo tecnocratico o di una specie di umanismo che non osa dichiararsi tale. È vero che nessuno è più umanista dei tecnocrati. D’altra parte, deve essere anche possibile fare una politica di destra che non si avvalga di tutti questi confusi miti umanisti. Credo che sia possibile definire l’optimum di un funzionamento sociale ottenendolo grazie ad un certo rapporto tra aumento demografico, consumo, libertà individuale, possibilità del piacere per ciascuno, senza appoggiarsi su una idea dell’uomo. Un optimum di funzionamento può essere definito in modo interno, senza che si possa dire ‘per chi’ che sia così. I tecnocrati sono degli umanisti, la tecnocrazia è una forma di umanisimo. Essi credono, in effetti, di essere i soli a detenere le carte in mano che permettono di definire in cosa consiste il ‘bene degli uomini’ e di realizzarlo.

Ma lei non si pone lo stesso problema?

No, perché? Io riconduco al contrario la tecnocrazia all’umanismo e li rifiuto entrambi.

Si, ma lo fa perché vede in questo umanismo tecnocratico un cattivo umanismo al quale lei oppone un’altra maniera, più valida, di essere umanista.

Ma perché ‘essere umanista’? io dico solamente che possiamo cercare di definire, politicamente, l’optimum di funzionamento sociale che è oggi possibile.

Ma il funzionamento sociale è il funzionamento degli uomini che costituiscono una società data.

È evidente che dicendo che l’uomo ha cessato di esistere non ho voluto assolutamente dire che l’uomo, come specie vivente o specie sociale, è sparito sul pianeta. Il funzionamento sociale sarà certamente il funzionamento degli individui in mutua relazione.

Semplicemente, lei pensa che non sia affatto necessario coniugare questi miti umanisti al problema del funzionamento degli uomini in relazione tra loro.

Stiamo discutendo del problema dell’umanismo ma mi domando se in realtà non ci stiamo riferendo ad un problema più semplice, quello della felicità. Credo che l’umanismo, almeno sul piano politico, potrebbe essere definito come ogni atteggiamento che considera che il fine della politica è di produrre la felicità. Ora, credo che la nozione di felicità non sia veramente pensabile. La felicità non esiste, la felicità degli uomini ancor meno.

Che cosa oppone alla nozione di felicità?

Non si può opporre nulla alla nozione di felicità: si può opporre B ad A ma solamente quando A esiste.

Allora pensa che al posto di porre i problemi in termini di felicità occorre porli in termini di funzionamento?

Certamente.

E questo le sembra soddisfacente? Il feticismo del buon funzionamento non è un po’ masochista?

Bisogna rassegnarsi ad assumere, rispetto all’umanità, una posizione analoga a quella assunta, verso la fine del XVIII secolo, rispetto alle altre specie viventi, quando ci si rese conto che esse non funzionavano per qualcosa – né per se stesse né per l’uomo né per Dio – ma che esse funzionavano e basta. L’organismo funziona. Perché funziona? Per riprodursi? Non solo. Per mantenersi in vita? Non principalmente. Funziona. Funziona in maniera molto ambigua, per vivere ma anche per morire, poiché è ben noto che il funzionamento che permette di vivere è un funzionamento che logora incessantemente, in modo tale che è proprio ciò che permette di vivere a produrre allo stesso tempo la morte. La specie non funziona per se stessa né per l’uomo né per la più grande gloria di Dio; essa si limita a funzionare. L’umanità è una specie dotata di un sistema nervoso tale che fino ad un certo punto essa può controllare il proprio funzionamento. È chiaro che questa possibilità di controllo suscita continuamente l’idea che l’umanità debba avere un fine. Scopriamo questo fine nella misura in cui abbiamo la possibilità di controllare il nostro funzionamento. Ma questo vuol dire invertire le cose. Ci diciamo: poiché abbiamo un fine, dobbiamo controllare il nostro funzionamento; mentre in realtà è solamente sulla base di questa possibilità di controllo che possono sorgere le ideologie, le filosofie, le metafisiche, le religioni, che forniscono una immagine capace di polarizzare la possibilità di controllo del funzionamento. Capisce cosa voglio dire? È la possibilità di controllo che fa nascere l’idea di fine. Ma l’umanità non dispone in realtà di alcun fine, essa funziona, controlla il proprio funzionamento e fa sorgere ad ogni istante delle giustificazioni di questo controllo. Bisogna rassegnarsi ad ammettere che si tratta solo di giustificazioni. L’umanismo è una di queste, l’ultima.

Ma se le si dicesse: senza dubbio per il buon funzionamento di questo sistema, sono necessarie delle giustificazioni. L’umanismo potrebbe costituire una delle condizioni che facilitano il buon funzionamento della società senza pretendere di attribuire un valore assoluto né al senso né al fine dell’umanità.

Direi che la sua ipotesi rafforza l’idea che ho da qualche tempo, cioè che l’uomo, l’idea dell’uomo ha funzionato nel XIX secolo un po’ come l’idea di Dio aveva funzionato nel corso dei secoli precedenti. Si credeva, e lo si credeva ancora nel secolo scorso, che era praticamente impossibile per l’uomo sopportare l’idea che Dio non esistesse (“se Dio non esiste tutto è permesso” dicevano). Era spaventosa l’idea che l’umanità potesse funzionare senza Dio, da cui la convinzione che bisognasse mantenere l’idea di Dio perché l’umanità potesse continuare a funzionare. Ora lei mi dice: è forse necessario che l’idea di umanità esista, anche se non si tratta che di un mito perché l’umanità funzioni. Io le risponderò: forse si ma forse no. Nè più e nè meno dell’idea di Dio.

Ma prima di tutto c’è una differenza, poiché non ho detto che l’umanità dovrebbe acquisire un valore trascendente o metafisico. Io le dico solamente che, poiché ci sono degli uomini, occorre che questi uomini all’interno del proprio funzionamento si considerino in una maniera o nell’altra. Senza contare il fatto che non ci potrebbe essere nulla di più mitico che questa assenza di un mito totalizzante: oggi per lo meno, perché non si può escludere a priori che un giorno o l’altro l’umanità possa funzionare senza miti (cosa che mi sembra comunque improbabile).

Il ruolo del filosofo che è quello di dire ‘che cosa accade’ consiste oggi nel dimostrare che l’umanità comincia a scoprire che essa può funzionare senza miti. La scomparsa delle filosofie e delle religioni corrisponde senza dubbio a qualcosa di questo genere.

Ma se il filosofo ha questo ruolo, perché parla di scomparsa delle filosofie? Se il filosofo ha un ruolo perché dovrebbe scomparire?

Io le ho parlato di una scomparsa delle filosofie, e non di una scomparsa del filosofo. Credo che esistano dei tipi di attività ‘filosofica’ in campi determinati che consistono in generale nel diagnosticare il presente di una cultura: è questa la vera funzione che possono avere oggi gli individui che chiamiamo filosofi.



Traduzione di Antonella Cutro

postato da: fabioMz alle ore 09:19 | link | commenti
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martedì, 17 febbraio 2009

Era vita quella di Eluana????

Il dibattito è stato furioso, macchiato dalle prese di posizione ideologiche come al solito mascherate nel più bieco dei modi, vale  a dire incardinandole nella dicotomia semantica del bene e del male che tanto presa fa su chi ha meno risorse culturali.  Il fatto è che Eluana ha abbandonato nella forma più ovvia "il fatto d'essere". Su questo (fatto) deve partire la riflessione concettuale, quindi fiosofica. Cosa è la vita????E' questa la domanda che dovrebbe precedere ogni sterile e puerile argomentazione sul fatto relativo al possibile omicidio di Eluana (perchè è questo il punto cardine dello scontro, il padre è un omicida???????)  Lo ripeto, cos' è la vita????? Molti la definirebbero una oziosa domanda da filosofi di serie B, una di quelle classiche interrogazioni metafisiche che il caro Wittgenstein ha definito prive di senso...e forse è così, soltanto che se si vuole dire qualcosa di serio su argomenti che sono metafisici come la vita e la morte bisogna tornare a porre interrogativi ultimi quale quello accennato: cosa è ontologicamente la vita????Come possiamo definirla???E...possiamo???   Certo una cosa è evidente: nonostante il Novecento sia stato a tutti gli effetti il secolo della fine della filosofia mai, come in questo momento abbiamo bisogno di "buona filosofia" nell' accezione semantica di Deleuze -Guattari, cioè di produttrice di concetti capace di ri-definire il nostro orizzonte esperenziale. La natura della questione, se vuole essere affrontata radicalmente, non ammette le scorciatoie dell'ideologia (i paladini della vita contro i paladini della morte, ad es.), richiede invece un serio impegno trasversale affinche si ponga in essere la questione della vita nell'epoca della "morte di Dio". Cosa è la vita??? Quali ne sono le condizioni ontologiche oggi (e qui non può essere posposta una seria indagine di tipo genealogico)????? Mi farebbe piacere leggere qualche commento sulla questione...
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La classe di F.Begaudeau

Le aspettative non mancavano: una casa editrice "sicura", una collana che ha sfornato recenti interessanti casi editoriali (Q e Romazo criminale per non andare lontano...), un tema quella della scuola mai tanto attuale. Le recnsioni lo presentano come "il romanzo" sulla scuola post-moderna.  Immediatamente ne è stato tratto un film che è risultato vincitore al festival del cinema di Cannes. Buona presentazione, mi sono detto! L'autore, Francois Begaudeau, è, realmente, un giovane professore (è lui, tra l'altro il prof del film) e in questo libretto narra le vicende di una classe delle medie della periferia parigina. Domenico Starnone lo consiglia per capire i mali della scuola di oggi con lo iato semnpre più profondo tra la generazione (e il linguaggio) dei prof. e quello degli studenti.  A me è sembrato soltanto un pessimo tentativo di cavalcare l'abusato filone della crisi di valori delle nuove generazioni. Ciò è tanto più ovvio se si tiene in considerazione il titolo originale francese, les murs, con quel che di claustrofobico che lascia intravedere un clima da penitenziario. No, lo ripeto, pessimo tentativo sotto l'aspetto contenutistico che, tra l'altro, non sono riuscito a cogliere fino alla fine, infatti le duecente pagine scorrono tra le incomprensioni della vita di classe e le lamentele dei docenti frustrati per le macchinette del caffè che non funzionano e l'insolenza degli studenti. Il tema trattato è serio, chiama in causa la transizione valoriale che sta attarversando l'occidente e di cui sono chiari barometri proprio i ragazzi e il loro sentire emotivo. Voler dire qualcosa su tale "sentire" facendo riferimento allo scaccolamento di Dico o alla provocanti mise di Souleymane mi sembra veramente poco...Altro argomento:lo stile. L'inesistete stile, infatti il pessimo andamento narrativo dell'opera è, in modo maldestro, mascherato, dall'atmosfera che si vorrebbe creare, vale a dire quel parlato, povero grammaticalmente, degli studenti presentati; ciò che si ottiene è invece un'opera insulsa che vorrebbe tratteggiare uno "spazio" di vita ma riesce soltanto a lasciare in eredità alla fine della lettura la sensazione di quanto male si possa scrivere e di quanto si possa invece essere bravi a riempire 200 pagine parlando di nulla. Lo sconsiglio!

 Bégaudeau F., la Classe, Einaudi, 2008, 223 p., brossura 16 euro.

http://www.ibs.it/code/9788806196318/b-eacute-gaudeau-fran-ccedil-ois/classe.html

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domenica, 08 febbraio 2009

Clonazioni

 Il tema, anche per gli addetti ai lavori, è quanto mai ostico:Le bistecche sulle nostre tavole potrebbero presto provenire da cloni di mucca? Le mele transgeniche sono rischiose per la nostra salute? Ma, soprattutto, che cos’è un clone? Con  questa presentazione la casa editrice Dedalo, di bari, presenta questo utilissimo vademecum sulla clonazione. L'autore, Maurice Wegnez , scomparso nel 2008, ha insegnato all’Università Paris-Sud XI ed è stato direttore dell’unità di ricerca Développement, Morphogenèse et Èvolution. Nel libro, che a mia conoscenza è una delle migliori presentazioni dell'argomento, viene affrontato, con un linguaggio diretto, chiaro e semplice, il tema della clonazione: cosa si clona? Come si clona? che futuro ci attende? L'esposizione riesce a fare chiarezza in un ginepraio di miti, false conoscenze e malafede. Ad es. nessuna clonazione potrà mai farci "guadagnare" il nostro gemello perfetto, nè ci farà mai conoscere i dinosauri ma, forse, permetterà, entro certi livelli, un miglioramento delle condizioni di vita di persone che oggi hanno aspettative esistenziali molto basse. IL libro, ovviamente, non sgombra il campo dal necessario e propedeutico dibattitto sulla questione; in altre parole non mette la parola fine sulla vicenda ma aiuta ad affinare le idee sulla natura dei concetti in gioco, in tale ottica è un lavoro imprenscindibile.

 Maurice Wegnez, Clonazioni L’individuo, le cellule e i geni, Dedalo ed.,febbraio 2009 - pp. 192 f.to 14,5 x 21,5 cm € 15,00     ISBN 9788822068064.

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domenica, 01 febbraio 2009

La crisi finanziaria e il Vaticano

Uno dei motivi che maggiormente attirano, da sempre, le critiche sulla Chiesa riguarda il legame mai realmente scisso tra Dio e mammona.Conosciamo tutti, benissimo, le posizioni del Gesù "terreno", sapppiamo quanto per Lui, nell'imminenza della venuta della basileia di Dio i ricchi fossero tra coloro già beneficiati dalle fortune terrene quindi i meno indicati per sperare quelle di lì a poco a venire...in realtà un'indagine storico-teologica più critica deve farci riflettere sulle possibili motivazioni della critica di Gesù alla ricchezza; quest'ultima non è condannata in quanto tale (alcuni dei suoi seguaci lo dovevano essere:Giuseppe di Arimatea, Susanna, etc...) ma in quanto fattore disturbante in ordine alla ricerca della realizzazione personale che, per Gesù, coincide con l'accoglimento della chiamata alla conversione. Quindi la ricchezza viene condannata non in quanto tale ma perchè disturberebbe dalle cose essenziali...Sappiamo tutti benissimo che la Chiesa , da almeno un millennio a questa parte, è  soprattutto un organismo politico che sopravvive anche grazie alla gestione dell'ingente patrimonio frutto delle "libere" donazioni dei fedeli...il discorso della ricchezza del Patrimonio di Pietro è inscindibile dalla constatazione sull'essere della Chiesa che è un soggetto con chiare vocazioni politico-sociali (con dei fini particolare, va bene...) lo iato che si crea così tra le Parole del Gesù e la realtà della sua Chiesa deve essere letto in tale ovvia chiave ermeneutica. Le considerazioni personali, poi, sono lasciate alla sensibilità di ognuno...

Di seguito allego un link che rimanda ad un interessante articolo di S.Magister sulle finanze vaticane nell'epoca della crisi...

 http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/214143

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sabato, 31 gennaio 2009

Mafia:storie del Messinese

L'ho già detto, in giro c'è ancora chi crede (ovviamente fa finta di...) che la mafia nel messinese non ci sia o, cmq sia un fenomeno di serie B, qualcosa di folkloristico e paesano...non è così!!!!!!! Gridiamolo!!!! Il problema c'è e, se possibile, è più grave di quello di altre zone della Sicilia, perchè nel Messinese è quasi completamente avvenuta quella sintesi tra la criminalità più ovviamente individuabile (quella degli omicidi, delle ostorsioni, etc.) e larghe parti delle istituzioni e della vita socio-economica.

Il link che segue è un'ottima ricostruzione delle vicende della mafia nel Messinese negli ultimi anni.Leggetelo, scaricatelo, diffondetelo.Rifletteteci. Elaborate...

http://udclaw.com/termevigliatore/mafia_messina_chiofalo.pdf

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giovedì, 29 gennaio 2009

ACAB di Carlo Bonini

«L'Italia non è uno stivale. E' un anfibio di celerino»: è un rumore di fondo inquietante quello che restituisce a un lettore profano la chat intranet degli operatori di polizia. Se i riflettori battono sull'immagine patinata e bonaria che straripa dalle numerose fiction (sponsorizzate dai comandi generali), sul web va in scena ogni notte la dark side, la parte oscura, della polizia, delle polizie. Si chiama Doppia Vela come il nick name della centrale operativa della sala radio della questura. Ed è stata "violata", anzi svelata, da un noto cronista di Repubblica , Carlo Bonini, in un libro appena uscito per Einaudi, "Acab" acronimo dall'inglese: "All cops are bastards". Il sito risulta inaccessibile ai non addetti ai lavori. Per accedere ai contenuti del portale è necessaria una doppia registrazione, prima nella rete multimediale della Polizia di Stato, poi c'è da inserire le credenziali. Solo allora si schiude un mondo pieno di odio per chiunque interferisca col lavoro del poliziotto. Odio, orgoglio, rabbia che si scaricano anche sulle vittime di operazioni controverse, se non addirittura fuorilegge, come quelle di Genova 2001>>

I recenti fatti di Genova dovrebbero per lo meno aver seminato il dubbio nell'opinione pubblica...su cosa???Sulla gestione del lavoro di  quello che dovrebbe essere il servizio d'ordine per eccellenza a garanzia della libertà e del cittadino: il reparto celere della Polizia di Stato. Il bel libro-inchiesta di carlo Bonini, intitolato ACAB, pubblicato per Einaudi, alza il velo (o i veli) su una situazione drammatica. I reparti che dovrebbero tutelare la cittadinanza, l'ordine sociale, la vita democratica, spesso (troppo come risulterebbe da questa spendida inchiesta) sono composti da disadattati mentali che grazie allo schermo della divisa sfogano odi e frustrazioni.E qui saremmo solo alla parte meno grave della vicenda, perchè Bonini ci fa intravedere una realtà ben più grave fatta di reparti funzionali ad una certa gestione dell'ordine socio-politico, il G8 a Genova starebbe a dimostrarlo...altro che Black Block e amenità del genere...certo la situazione non è chiara e il tema trattato nel libro, le discussioni di alcuni celerini de-criptate da una chat del Viminale, potrebbero essere solo il frutto di degenerazioni isolate anche se...Alcuni dialoghi lasciano di sasso...di certo c'è che tra i reparti delle forze dell'ordine (soprattutto quelli maggiormente in prima linea) serpeggia una certa cultura ideologica che larvatamente possiamo identificare con alcune amenità rispolverate nel XX secolo dal buon D'Annunzio e fatte proprie dalle eccelse menti del fascismo:violenza, cameratismo, onnipotenza della divisa, (pseudo) concetto dell'onore...purtroppo vien pensare che il lavoro di educazione alla legalità che sarebbe da portare avanti parellelamente all'addestramento militare non convenga a nessuno che avvenga, soprattutto a quanti (questi sì enti pensanti) si servono del libero e violento sfogo di uomini spesso troppo frustrati e privi di quelle risorse intellettive necessarie per gestire tali stati emotivi...

 Carlo Bonini, ACAB. All cops are bastards, Einaudi, Stile libero,2009, 191 p., brossura, 16,50 euro.

http://www.ibs.it/code/9788806194697/bonini-carlo/acab-all-cops-are.html

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sabato, 24 gennaio 2009

Perché la mafia ha vinto...di Nicola Tranfaglia

  Nicola Tranfaglia è uno storico di razza.Uomo di sinistra nn ha permesso che ciò influenzasse, distorcendole, le tesi contenute nei suoi libri. Presento qui uno dei suoi ultimi lavori e nn posso che stra-consigliarlo a tutti. UN lavoro sulla mafia che nn è vista con le lenti distorte che fornisce chi continua a veicolare immagini di una realtà semi-feudale, con il suo vertice impegnato in una stalla a cucinare ricotte...no!!!!Questo è un libro serio, un'indagine che cerca di fornire alcune chiavi di lettura, nella tradizione delle "migliori" indagini storiografiche.Qui, Tranfaglia si chiede:perchè la Mafia ha vinto?????Perchè, mi sento di dire, le autorità politiche hanno da almeno un cinquantennio deciso di demandare la gestione politico-sociale dell'Isola a quanti, soprattutto autorità locali, si sn serviti di quest'industria del controllo sociale per i loro malaffari avvenuti grazie all'impiego delle ingenti somme destinate da Roma per il presunto risanamento (vedi Cassa per IL Mezzogiorno) . Quest'ultima (intesa come capitale politica) ha permesso ciò al fine di gestire perimetrandole le energie del dissenso prodotte dagli Isolani in risposta al processo di colonizzazione attraverso il quale sono stati uniti a Roma. Troppo semplicistica come analisi??? Può darsi (è la mia nn di Tranfaglia anche se nelle sue tesi trovo validi argomenti a sostegno di quanto dico...)! Sn ben conscio che un secolo di storia Isolana nn può essere spiegata attraverso una sola chiave ermeneutica anche se...Cmq libri come questi sn utili perchè offrono gli spunti necessari perchè si possano liberare le energie vitali di contestazione che il popolo siciliano ha in sè (soprattutto nelle sue giovani generazioni) e che soltanto possono permettere la costruzione di una realtà diversa...

La mafia è una montagna di inutile merda!!!!!!

Nicola Tranfaglia,Perché la mafia ha vinto. Classi dirigenti e lotta alla mafia nell'Italia unita (1861-2008), Utet, 2008, XXIV-170 p., brossura, 15 euro.

http://www.ibs.it/code/9788802079271/tranfaglia-nicola/perche-mafia-vinto.html

 

 

postato da: fabioMz alle ore 18:06 | link | commenti
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